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Claudio Salvati

 

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LA DUCHESSA

 

Keira duchessa di cuori (solitari)

recensione di Claudio Salvati

 

Abusando dell’ormai nota vicenda di Lady Diana Spencer, indimenticabile regina del popolo, di cui la Georgiana di Keira Knightley fu l’antenata più illustre per prestigio e sposalizi, quello che lascia proprio interdetti, ammaliati dalla bellezza gelida de La Duchessa, è la sensazione che duecento anni non siano bastati per permettere all’immobilismo della nobile società inglese, di svernare e rinnovarsi.

Perché questa Lady G., amata da tutti fuorché dal marito, arbitro di eleganza nell’austera rigidità anglosassone, sopraffatta dalla forma piuttosto che libera di esprimere la sua essenza, anticipò di oltre due secoli le tappe che resero mito la vita di colei che rischiò di assurgere al trono di Inghilterra, ma più di quest’ultima, fu forse brava a salvarsi prima di imboccare la via di un tunnel senza uscita.

Giovane, bella e colta, Georgiana fu così scelta da William Cavendish, Duca di Devonshire, seconda eminenza più illustre d’Inghilterra dopo i monarchi, sulla base delle rassicurazioni perpetrate dalla madre di lei (una ferrea Charlotte Rampling), sulla sua capacità di figliare eredi maschi.

Eppure, solo dopo due figlie femmine e altrettanti aborti riuscirà a partorire un bambino dal marito, che ormai si era allontanato da lei in un mutismo anaffettivo, tra le braccia dell’amante, Lady Elizabeth Foster, amica della Duchessa.

Ma in una società maschilista che tollera l’adulterio dei mariti per civettare su quello delle mogli, anche la progressista Georgiana dovrà scendere a patti, in bilico tra il dovere di madre e la natura di donna.

Opterà per la prima, chiudendo gli occhi sulle mancanze del marito che con gli anni ammorbidirà le sue spigolosità, e dimenticando la passione per il Conte Grey,  cui darà una figlia illegittima, e che tanto le aveva fatto ricordare il gusto di amare.

Saul Dibb confeziona un’elegante elegia sul potere delle convenzioni sociali e ne fa un manifesto di divorante claustrofobia; dentro quei saloni sfarzosi, traboccanti di lustrini e feste, spensieratezza e ingordigia si cela il dramma di una libertà negata che il sapore della ricchezza camuffa con tracotanza entro i concilianti binari della vita familiare.

Descrive con puntiglio la frustrazione prima, e la depressione poi, di una donna innamorata dell’idea dell’amore, una falena troppo giovane per cogliere le menzogne sottese a quella ragnatela sociale e troppo colta e raffinata per adattarsi senza pagare dazio.

Lontano dalla modernità atemporale di Sofia Coppola e dalla sua Marie-Antonette, piuttosto che le incursioni musicali degli Aphex Twin La Duchessa predilige il sontuoso e settecentesco spartito musicale di Rachel Portman, bellissimo e assassino, e si affida all’estro del costumista Michael O’ Connor per gli abiti di scena arditissimi.

Sono le uniche note di calore in una pellicola pericolosamente fredda, ma che fa della sua glacialità lo specchio riflettente di quegli stessi legami sociali che tanto all’epoca quanto oggi si basano sulla flebile patina delle apparenze.

Spesso in opere così sontuose, dove il divismo dei protagonisti rischia di offuscarne la performance, ciò che risalta è l’interpretazione dei comprimari costretti in ruoli subalterni.

E Hayley Atwell, è una Bess Foster  caparbia e determinata, così come Dominc Cooper è un Conte Grey indomito e romantico.

Eppure le star Knightley e Fiennes sono impegnati in una gara di bravura e finezza esaltante, continuamente in bilico tra i favori per l’una o per l’altro.

Un opera di grande professionalità tecnica e di forte emotività attoriale.

 

LA DUCHESSA, di Saul Dibb, con Keira Knightley, Ralph Fiennes, Charlotte Rampling, Hayley Atwell, Dominc Cooper.