|
Abusando dell’ormai nota vicenda di
Lady Diana Spencer, indimenticabile regina del popolo, di cui la
Georgiana di Keira Knightley fu l’antenata più illustre per
prestigio e sposalizi, quello che lascia proprio interdetti,
ammaliati dalla bellezza gelida de La Duchessa, è la sensazione che
duecento anni non siano bastati per permettere all’immobilismo della
nobile società inglese, di svernare e rinnovarsi.
Perché questa Lady G., amata da tutti
fuorché dal marito, arbitro di eleganza nell’austera rigidità
anglosassone, sopraffatta dalla forma piuttosto che libera di
esprimere la sua essenza, anticipò di oltre due secoli le tappe che
resero mito la vita di colei che rischiò di assurgere al trono di
Inghilterra, ma più di quest’ultima, fu forse brava a salvarsi prima
di imboccare la via di un tunnel senza uscita.
Giovane, bella e colta, Georgiana fu
così scelta da William Cavendish, Duca di Devonshire, seconda
eminenza più illustre d’Inghilterra dopo i monarchi, sulla base
delle rassicurazioni perpetrate dalla madre di lei (una ferrea
Charlotte Rampling), sulla sua capacità di figliare eredi maschi.
Eppure, solo dopo due figlie femmine e
altrettanti aborti riuscirà a partorire un bambino dal marito, che
ormai si era allontanato da lei in un mutismo anaffettivo, tra le
braccia dell’amante, Lady Elizabeth Foster, amica della Duchessa.
Ma in una società maschilista che
tollera l’adulterio dei mariti per civettare su quello delle mogli,
anche la progressista Georgiana dovrà scendere a patti, in bilico
tra il dovere di madre e la natura di donna.
Opterà per la prima, chiudendo gli
occhi sulle mancanze del marito che con gli anni ammorbidirà le sue
spigolosità, e dimenticando la passione per il Conte Grey, cui darà
una figlia illegittima, e che tanto le aveva fatto ricordare il
gusto di amare.
Saul Dibb confeziona un’elegante
elegia sul potere delle convenzioni sociali e ne fa un manifesto di
divorante claustrofobia; dentro quei saloni sfarzosi, traboccanti di
lustrini e feste, spensieratezza e ingordigia si cela il dramma di
una libertà negata che il sapore della ricchezza camuffa con
tracotanza entro i concilianti binari della vita familiare.
Descrive con puntiglio la frustrazione
prima, e la depressione poi, di una donna innamorata dell’idea
dell’amore, una falena troppo giovane per cogliere le menzogne
sottese a quella ragnatela sociale e troppo colta e raffinata per
adattarsi senza pagare dazio.
Lontano dalla modernità atemporale di
Sofia Coppola e dalla sua Marie-Antonette, piuttosto che le
incursioni musicali degli Aphex Twin La Duchessa predilige il
sontuoso e settecentesco spartito musicale di Rachel Portman,
bellissimo e assassino, e si affida all’estro del costumista Michael
O’ Connor per gli abiti di scena arditissimi.
Sono le uniche note di calore in una
pellicola pericolosamente fredda, ma che fa della sua glacialità lo
specchio riflettente di quegli stessi legami sociali che tanto
all’epoca quanto oggi si basano sulla flebile patina delle
apparenze.
Spesso in opere così sontuose, dove il
divismo dei protagonisti rischia di offuscarne la performance, ciò
che risalta è l’interpretazione dei comprimari costretti in ruoli
subalterni.
E Hayley Atwell, è una Bess Foster
caparbia e determinata, così come Dominc Cooper è un Conte Grey
indomito e romantico.
Eppure le star
Knightley e Fiennes sono impegnati in una gara di bravura e finezza
esaltante, continuamente in bilico tra i favori per l’una o per
l’altro.
Un opera di grande professionalità
tecnica e di forte emotività attoriale.
LA DUCHESSA, di Saul Dibb, con
Keira Knightley, Ralph Fiennes, Charlotte Rampling, Hayley Atwell,
Dominc Cooper. |