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Claudio Salvati

 

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IL DUBBIO

 

Il dubbio è una certezza imperfetta

recensione di Claudio Salvati

 

Coriaceo e impenetrabile, come lo sguardo di Meryl Streep che algida oltrepassa ogni sussulto del suo pubblico con la violenza trattenuta dell’intransigenza, Il Dubbio è un gioco al massacro attoriale di grande suggestione, perfetto per palati esigenti e cerebrali.

Sofisticato gioco di parole, nel suo intelligente rincorrersi tra colpa e innocenza, questo film da camera, nella più naturale tradizione di tanto buon cinema ispirato dal teatro, vive infatti del respiro e della genialità dei suoi veementi attori, piuttosto che della magia del suo autore, quel celebrato John Patrick Shanley che già vent’anni fa vinse l’Oscar per la sceneggiatura di Stregata Dalla Luna, e che nel 2005 ha ritirato il Premio Pulitzer e il Tony Award proprio per il claustrofobico script de Il Dubbio.

Il limite più evidente di questa pellicola è esattamente una regia auto-referenziale, che di fronte all’energia del testo si compiace di ostentare la profondità che già le parole esprimono, mortificando questo attacco febbricitante al pensiero precostituito.

Perché nel 1964, in una scuola parrocchiale di Brooklyn, accade che Suor Aloysius, austera direttrice di un istituto scolastico sospetti che una relazione inopportuna sia nata tra uno studente di colore e il progressista Padre Flynn,  sacerdote del quartiere, colpevole di mostrargli attenzioni variamente interpretabili.

Sarà l’innocente compiacenza della giovane Suor James a supportare il suo atto d’accusa, fino a manipolare un eloquente dubbio pur di ottenere ragione.

Raggelato in un autunno medievale, in cui il dettaglio temporale è appena accennato, vanificando la drammaturgia intrinseca che l’America del dopo-Kennedy viveva e in pieno Concilio Vaticano II, con le sue tendenze riformatrici, Il Dubbio è esattamente una parabola poco cristiana sull’ortodossia della parola e sull’arbitrarietà della propria coscienza.

E conferma l’ineluttabile certezza che solo mettendo da parte il cattedratico autoritarismo, cui ci aggrappiamo come un rosario, sarà possibile trasformare le deboli insicurezze in un successo chiamato progresso, stordente come la modernità, ma desiderabile come il futuro.

Indubitabilmente un film di attori, dove il gusto cinefilo si arrocca attorno ai duelli serrati e granitici tra la spigolosa custode delle regole, Meryl Streep (bravissima, ma cosa regala questo ruolo alla sua iperbolica galleria di perfezioni cinematografiche?), e il suadente predicatore amato dalla folla, un Philip Seymour Hoffman capace di togliere il fiato, con i suoi sermoni lirici e crudi.

In mezzo a loro gode la sempre più stupefacente Amy Adams (ricordate la principessa svampita tutta canti e colori di Come D’Incanto?), giovane ed inesperta suorina di gran cuore, cui è affidata la fragilità del nostro punto di vista.

Il finale è artefatto e consolatorio, eppure quel gelido vento che solleva le foglie secche e le porta via sembra davvero promulgatore di un nuovo spirito.

Candidato a cinque Premi Oscar.

 

IL DUBBIO:  di John Patrick Shanley, con Meryl Streep, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams.