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Coriaceo e impenetrabile, come lo
sguardo di Meryl Streep che algida oltrepassa ogni sussulto del suo
pubblico con la violenza trattenuta dell’intransigenza, Il Dubbio è
un gioco al massacro attoriale di grande suggestione, perfetto per
palati esigenti e cerebrali.
Sofisticato gioco di parole, nel suo
intelligente rincorrersi tra colpa e innocenza, questo film da
camera, nella più naturale tradizione di tanto buon cinema ispirato
dal teatro, vive infatti del respiro e della genialità dei suoi
veementi attori, piuttosto che della magia del suo autore, quel
celebrato John Patrick Shanley che già vent’anni fa vinse l’Oscar
per la sceneggiatura di Stregata Dalla Luna, e che nel 2005 ha
ritirato il Premio Pulitzer e il Tony Award proprio per il
claustrofobico script de Il Dubbio.
Il limite più evidente di questa
pellicola è esattamente una regia auto-referenziale, che di fronte
all’energia del testo si compiace di ostentare la profondità che già
le parole esprimono, mortificando questo attacco febbricitante al
pensiero precostituito.
Perché nel 1964, in una scuola
parrocchiale di Brooklyn, accade che Suor Aloysius, austera
direttrice di un istituto scolastico sospetti che una relazione
inopportuna sia nata tra uno studente di colore e il progressista
Padre Flynn, sacerdote del quartiere, colpevole di mostrargli
attenzioni variamente interpretabili.
Sarà l’innocente compiacenza della
giovane Suor James a supportare il suo atto d’accusa, fino a
manipolare un eloquente dubbio pur di ottenere ragione.
Raggelato in un autunno medievale, in
cui il dettaglio temporale è appena accennato, vanificando la
drammaturgia intrinseca che l’America del dopo-Kennedy viveva e in
pieno Concilio Vaticano II, con le sue tendenze riformatrici, Il
Dubbio è esattamente una parabola poco cristiana sull’ortodossia
della parola e sull’arbitrarietà della propria coscienza.
E conferma l’ineluttabile certezza che
solo mettendo da parte il cattedratico autoritarismo, cui ci
aggrappiamo come un rosario, sarà possibile trasformare le deboli
insicurezze in un successo chiamato progresso, stordente come la
modernità, ma desiderabile come il futuro.
Indubitabilmente un film di attori,
dove il gusto cinefilo si arrocca attorno ai duelli serrati e
granitici tra la spigolosa custode delle regole, Meryl Streep
(bravissima, ma cosa regala questo ruolo alla sua iperbolica
galleria di perfezioni cinematografiche?), e il suadente predicatore
amato dalla folla, un Philip Seymour Hoffman capace di togliere il
fiato, con i suoi sermoni lirici e crudi.
In mezzo a loro gode la sempre più
stupefacente Amy Adams (ricordate la principessa svampita tutta
canti e colori di Come D’Incanto?), giovane ed inesperta suorina di
gran cuore, cui è affidata la fragilità del nostro punto di vista.
Il finale è artefatto e consolatorio,
eppure quel gelido vento che solleva le foglie secche e le porta via
sembra davvero promulgatore di un nuovo spirito.
Candidato a cinque Premi Oscar.
IL DUBBIO:
di John Patrick Shanley, con Meryl Streep, Philip Seymour Hoffman,
Amy Adams. |