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La vita ha uno strano modo di far
pagare dazio ai suoi sprovveduti naviganti: ci si accorge di
assaporare tutta la sua pienezza quando si sente parlare con sempre
più frequenza di morte.
Si cresce, dunque, quando ci si rende
conto che altri prima e più grandi di noi, se ne vanno.
E subentra la malinconia, che è
un’alterazione ondivaga tra euforica felicità e poetica tristezza,
tra dolce e amaro, tra volontà e possibilità.
Benjamin Button nasce in circostanze
davvero curiose, con la consapevolezza acquisita di cosa sia il
crepuscolo, perché nasce già vecchio nel momento in cui, fagotto
rugoso con problemi di cataratte e disfunzioni cardiocircolatorie,
viene abbandonato sulle scale di un ospizio da un padre impaurito da
una promessa troppo grande per la sua piccolezza.
E cresce nell’inadeguatezza di una
vita che lo stupisce ogni giorno, perché il suo corpo ringiovanisce
con la stessa tensione di un vecchio orologio che vuole sfidare le
regole del suo tempo, mentre lui si scopre indomito e curioso
vagabondo, amante periglioso e affabile, finché la morte non se lo
porterà via, di nuovo in fasce, bellissimo bambino affetto da
demenza senile e Alzheimer, ma tutto sommato ricco di una vita che
vale la pena raccontare, e di una storia d’amore straziante,
costretta ad essere grande in un esiguo arco di tempo in cui due età
diversamente compiute, si incontrano per riconoscersi simili.
Sfruttando la lapidaria intuizione del
breve racconto di Francis Scott Fitzgerald e le perle di saggezza di
Mark Twain, secondo cui “la vita sarebbe assai più felice se
nascessimo all’età di 80 anni ed evolvessimo gradualmente fino ai
18”, David Fincher ammanta la sua genialità di emozioni e passione,
e si corruccia del gravoso peso di un’opera che vuole essere
d’autore, il film della svolta artistica dopo le pirotecniche e ben
note prove di stile (che hanno tuttavia prodotto un eccelso
capolavoro - Se7en – che è ormai un classico, e almeno due
suggestivi risultati come Fight Club e Zodiac).
In parte ci riesce.
Perché Il Curioso Caso Di Benjamin
Button ha un incipit trascinante e poetico, larvale nella sua
intimità e argutamente comico nell’affrontare il tema della morte, e
soprattutto è abbellito da un finale carico di pathos e tensione
affidato ad una Cate Blanchett sovrumana.
Ma ciò che destabilizza un kolossal di
quasi tre ore è una sceneggiatura altalenante e ingrata della sua
fonte, che si trascina smarrita nella parte centrale, tra le pieghe
di un intreccio amoroso risicato e che meritava ben altro vigore.
Si è parlato di Benjamin Button come
di un’opera “classica” come se la patina vintage di questa
pellicola, indubbiamente calligrafica, che accarezza l’imponderabile
peso della storia americana, offuscasse i lampi di contemporaneità
che il regista ha impresso alla narrazione.
Tuttavia David Fincher è forse il
demiurgo più geniale e audace che la nuova cinematografia possa
vantare e che nasconde, dietro la sua invidiabile eleganza formale,
un forte senso del dinamismo, impreziosito da un coinvolgente
utilizzo della prospettiva, tale da cogliere energia anche nella
stasi.
Accanto a lui Brad Pitt è un
protagonista magnetico e impavido, caso più unico che raro di un
attore che recita in digitale per quasi novanta minuti, prestando la
propria bellezza marmorea ad una vecchiaia di stupefacente
veridicità, eppure laddove i meriti fisici finiscono, subentra quel
tono pensoso e un po’ sospirato con cui affronta i suoi ruoli epici
(L’Assassinio Di Jesse James su tutti), ben diversi dagli iperbolici
personaggi grotteschi in cui offre il meglio del suo istrionismo
(L’Esercito delle 12 Scimmie, The Snatch, Burn After Reading).
Di ben altra tempra la prova della
Blanchett, che inizia recitando da Mostro Sacro quale è, per
scoprire i nervi del suo essere donna in un finale silenzioso che
dona al pubblico la vibrante percezione di un’intensità
insostenibile.
Candidato a tredici Premi Oscar.
IL CURIOSO CASO DI BENJAMIN
BUTTON, di David Fincher, con Brad Pitt, Cate Blanchett, Elias
Koteas, Tilda Swinston.
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