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Claudio Salvati

 

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AUSTRALIA

 

Polpettone australiano

recensione di Claudio Salvati

 

 

Nel caso ci si smarrisse, il nuovo film di Baz Luhrmann è ambientato in Australia. Come una ridondante cartolina levigata cui mancano solo i saluti, il regista non ci risparmia nulla del suo nazionalismo colonizzato dal gusto americano, e quindi ecco i divi “aussie” Nicole Kidman e Hugh Jackman, simulacri del progresso cinematografico australiano, impegnati in ronde amorose degne della più sfavillante e comica guerra tra i sessi; li manovra, ora qui ora lì tra canguri che zompano, la natura brutale del selvaggio Outkast, aborigeni da documentario National Geographic e tradizioni eugenetiche  vituperabili di una terra che gli inglesi conquistatori chiamavano Oz, tanto era strana, lontana, fantastica. E il riferimento deve essere apparso come una manna all’autore di Moulin Rouge e alla sua caleidoscopica cinefilia, perché, assuefatto ad un’asfittica atarassia creativa, attinge come un vecchio mercante d’arte proprio ai due capolavori di Victor Fleming del 1939, anno in cui decide di ambientare la sua parabola progressista-patriottica: Il Mago Di Oz e Via col Vento. Tanto che una Kidman in versione Rossella O’Hara, benché più blanda e meno coriacea di Vivien Leigh, intona il leit motiv di Over the Raimbow non una, non due, ma ben quindici volte. E non è da meno la mastodontica partitura di David Hirschfelder, che gonfia a dismisura, tra tromboni, fiati e sfiati, l’intima e compassionevole speranza di una ragazzina che, smarrita la strada di casa, desidererebbe solo tornarci col suo cagnolino.

Lontano dal capolavoro annunciato di cui si parlava da due anni, questo Australia è l’occasione sprecata di un inevitabile genio condannato a doversi superare di volta in volta; ma la cifra di qualunque bellezza filmica non si conta nei tramonti pubblicitari falsi e pompati, nei colori pastello della diafana e sublime Nicole, o nella primitiva ironia di Hugh Jackman, che nel ruolo del mandriano si ricorda di essere stato un eccezionale Wolwerine anni fa, e nemmeno nella irritante voce narrante di Nullah, piccolo aborigeno e ruffiano che con la piaggeria dei grandi manipolatori  testimonia il dramma delle “generazioni rubate”, di quei meticci australiani che venivano strappati alle tradizioni di una terra che ammantava di magia i propri figli. Ma Australia è un “abracadabra” senza stupore, un film citazionista visto già milioni di volte, incapace di competere con i suoi riferimenti, dove la lucentezza è nella compiaciuta e inutile sovrabbondanza di archetipi cinematografici, strozzati tra fumetto e melò, avventura e impegno, arte e artigianato.

È la magia che latita in Australia, quella magia che in Moulin Rouge inebriava a suon di can-can , e che in Romeo+Giulietta  sgorgava dal sangue dell’amore e che qui è appena illusione. Sbilanciato e squilibrato ha tuttavia due sequenze da antologia cinematografica potenti ed efficaci: la scudisciata con cui la Kidman umilia il cattivo di turno, il sorprendente David Wenham, e una mandria imbizzarrita che corre sul baratro di un precipizio, stregoneria del cinema, altro che magia.

Peccato poi che le sue pirotecniche riprese aere, che rivelano le carezzevoli asperità del paesaggio australiano, piuttosto che suggerire suggestive visioni, soffochino la storia di un’indebita pesantezza.

Eppur il limite più colpevole di Australia è la demagogica pretesa di parlare della nascita di una nazione senza tuttavia mostrarla realmente.

AUSTRALIA:  di Baz Lurhmann, con Nicole Kidman, Hugh Jackman, David Weham, Brian Brown, Bruce Spence.