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Nel caso ci si smarrisse, il nuovo
film di Baz Luhrmann è ambientato in Australia. Come una ridondante
cartolina levigata cui mancano solo i saluti, il regista non ci
risparmia nulla del suo nazionalismo colonizzato dal gusto
americano, e quindi ecco i divi “aussie” Nicole Kidman e Hugh
Jackman, simulacri del progresso cinematografico australiano,
impegnati in ronde amorose degne della più sfavillante e comica
guerra tra i sessi;
li manovra, ora qui ora lì tra
canguri che zompano, la natura brutale del selvaggio Outkast,
aborigeni da documentario National Geographic e tradizioni
eugenetiche vituperabili di una terra che gli inglesi conquistatori
chiamavano Oz, tanto era strana, lontana, fantastica. E il
riferimento deve essere apparso come una manna all’autore di Moulin
Rouge e alla sua caleidoscopica cinefilia, perché, assuefatto ad
un’asfittica atarassia creativa, attinge come un vecchio mercante
d’arte proprio ai due capolavori di Victor Fleming del 1939, anno in
cui decide di ambientare la sua parabola progressista-patriottica:
Il Mago Di Oz e Via col Vento. Tanto che una Kidman in
versione Rossella O’Hara, benché più blanda e meno coriacea di
Vivien Leigh, intona il leit motiv di Over the Raimbow non
una, non due, ma ben quindici volte. E non è da meno la mastodontica
partitura di David Hirschfelder, che gonfia a dismisura, tra
tromboni, fiati e sfiati, l’intima e compassionevole speranza di una
ragazzina che, smarrita la strada di casa, desidererebbe solo
tornarci col suo cagnolino.
Lontano dal
capolavoro annunciato di cui si parlava da due anni, questo
Australia è l’occasione sprecata di un inevitabile genio
condannato a doversi superare di volta in volta; ma la cifra di
qualunque bellezza filmica non si conta nei tramonti pubblicitari
falsi e pompati, nei colori pastello della diafana e sublime Nicole,
o nella primitiva ironia di Hugh Jackman, che nel ruolo del
mandriano si ricorda di essere stato un eccezionale Wolwerine anni
fa, e nemmeno nella irritante voce narrante di Nullah, piccolo
aborigeno e ruffiano che con la piaggeria dei grandi manipolatori
testimonia il dramma delle “generazioni rubate”, di quei meticci
australiani che venivano strappati alle tradizioni di una terra che
ammantava di magia i propri figli. Ma Australia è un
“abracadabra” senza stupore, un film citazionista visto già milioni
di volte, incapace di competere con i suoi riferimenti, dove la
lucentezza è nella compiaciuta e inutile sovrabbondanza di archetipi
cinematografici, strozzati tra fumetto e melò, avventura e impegno,
arte e artigianato.
È la magia che
latita in Australia, quella magia che in Moulin Rouge
inebriava a suon di can-can , e che in Romeo+Giulietta sgorgava dal
sangue dell’amore e che qui è appena illusione. Sbilanciato e
squilibrato ha tuttavia due sequenze da antologia cinematografica
potenti ed efficaci: la scudisciata con cui la Kidman umilia il
cattivo di turno, il sorprendente David Wenham, e una mandria
imbizzarrita che corre sul baratro di un precipizio, stregoneria del
cinema, altro che magia.
Peccato poi che
le sue pirotecniche riprese aere, che rivelano le carezzevoli
asperità del paesaggio australiano, piuttosto che suggerire
suggestive visioni, soffochino la storia di un’indebita pesantezza.
Eppur il limite
più colpevole di Australia è la demagogica pretesa di parlare
della nascita di una nazione senza tuttavia mostrarla realmente.
AUSTRALIA: di
Baz Lurhmann, con Nicole Kidman, Hugh Jackman, David Weham, Brian
Brown, Bruce Spence. |